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GIALLA COME ER SOLE, ROSSA COME ER CORE MIO Cosí nacquero le parole più belle dell'inno giallorosso

Nella foto: Alcuni giocatori della Roma con Sergio Bardotti e Gepy, 1974 (Immagine per gentile concessione di Michela Bardotti)


Ogni partita, per noi romanisti, inizia con un rito che si ripete ormai da decenni. Partono le prime note dell’inno e lo stadio intero si tinge di giallo e di rosso. Si alzano al cielo migliaia di braccia a mostrare ciascuno la propria sciarpa, ciascuna con la propria frase d’incitamento, e subito dopo 80mila voci iniziano a cantare in un unico coro da brividi “Roma, Roma, Roma”.

Pubblicata nel 1975 con il titolo "Roma (non si discute, si ama)", questa meravigliosa canzone porta la firma di quattro autori: Sergio Bardotti, Giampiero Scalamogna (conosciuto al pubblico come Gepy, o Sergepy, di Gepy&Gepy), Franco Latini e Antonello Venditti. Interpretata da quest’ultimo, venne diffusa dagli altoparlanti dello Stadio Olimpico per la prima volta durante il derby del 1 dicembre 1974, vinto da noi giallorossi per 1-0 grazie a un gol di Picchio De Sisti: impossibile pensare a un esordio migliore!

Michela Bardotti, figlia di Sergio, ha condiviso con noi il suo ricordo di come nacquero le parole di una delle più belle dichiarazioni d’amore della storia del calcio:

“L'idea – ci rivela – venne a Giampiero Scalamogna, grandissimo amico di mio padre, romanista sfegatato che aveva l’abbonamento in Tribuna Monte Mario: ogni tanto lo accompagnava anche papà. Ricordo mio padre raccontare che un giorno Gepy si trovava nel bar dell’RCA (gli studi di registrazione dove entrambi lavoravano), quando incontrò Chinaglia e i fratelli De Angelis che erano lì per registrare l'inno della Lazio. Un vero affronto per Gepy che, da bravo romanista, non ci stava! A lui, dunque, si deve la primissima idea di creare un nuovo inno della Roma. Ne parlò subito con Venditti, il quale abbracciò l’idea con entusiasmo”.

“Il motivo principale di 'Roma Roma Roma' – prosegue Michela – venne dunque a Gepy. Non so, di preciso, come andarono le cose. Mi ricordo che lui e Venditti lavorarono insieme per un po’ ma poi, a causa degli impegni di Venditti con una tournée, il progetto si arenò. Fu a quel punto che Gepy decise di rivolgersi a mio padre, perché ‘la Roma non poteva aspettare’ e, insieme a Franco Latini, noto doppiatore televisivo e altro caro amico di famiglia, l’inno venne portato a termine e firmato da tutti e quattro”.

Il brano fu fatto subito ascoltare al presidente Anzalone e all'allenatore della Roma, il Barone Liedholm: entrambi se ne innamorarono e decisero di presentarlo in occasione del derby. Nella gara successiva contro la Fiorentina la canzone venne nuovamente diffusa all’Olimpico in occasione del gol di Domenico Penzo, procurando anche una multa alla società. A quel punto, però, 'Roma Roma Roma' aveva ormai conquistato il cuore dei tifosi, diventando a tutti gli effetti l’inno ufficiale giallorosso.

Cinque strofe, ottantaquattro parole che sono scolpite nella testa e nel cuore di ogni romanista e che sono la colonna sonora dei momenti più importanti della nostra storia. Quelle parole, Michela, le ricorda bene:

“I miei ricordi più vividi – ci rivela – risalgono a un giorno in cui Gepy venne da noi per lavorare proprio sull’inno. Di quel pomeriggio mi è rimasto impresso un momento in particolare, che riguarda la creazione dei versi, a mio avviso, più forti e rappresentativi dell’intera canzone: quelli in cui emerge tutto l’amore per la città e per la squadra”.

“Papà e Gepy – continua – avevano già una parte del testo: […] Roma Roma bella, t’ho dipinta io…

Da qui dovevano continuare e, a mio padre, venne l’idea di pensare ai colori di Roma e della Roma: il giallo e il rosso. Tra i due cominciò quello che oggi chiameremmo un brainstorming. Il dialogo fu un palleggio tra l’uno e l’altro. Una cosa tipo:

Sergio: Giallo come cosa?

Gepy: Er Sole!

Sergio: Bellissimo! Gialla come er Sole! Adesso il rosso… Rosso come che? Serve qualche cosa di terreno, forte, carnale, passionale…cos’è rosso e che accomuna tutti?

Gepy: Il sangue.

Sergio: Ma no, dai!

Risate, battute e poi minuti di silenzio ed io me li guardavo, tutti e due assorti nei loro pensieri, a cercare “qualche cosa di rosso”…

Gepy, a un certo punto se ne esce molto timidamente con: 'Er core?'

Lì, ho visto papà immobilizzarsi per un secondo, sgranare gli occhi e poi lanciare un urlo di felicità totale, vera, a pieni polmoni, che mi ricorderò per tutta la vita.

Siiiiiii! Gialla come er Sole e rossa come er core mio! Siiiiiii!!! Questa è Roma!

Avevano trovato quello che cercavano, quello che volevano dire, e sapevano di aver messo insieme le parole giuste: Gepy rideva felice mentre papà cominciò a saltare dappertutto, cantando a squarciagola:

Roma, Roma bellaaaa t’ho dipinta iooooooo gialla come er Soooleeee rossa come er core mioooooo!

Era veramente un tifoso felice, in quel momento: stava celebrando un suo grande amore e sono sicura che già s’immaginava lo stadio giallorosso ritrovarsi in quelle parole semplici, dirette, forti. E aveva ragione!”.

Il resto è storia. Non solo per noi tifosi ma anche per Michela che, attraverso queste parole ritrova, a ogni occasione, il suo papà, Sergio Bardotti, che purtroppo ci ha lasciati prematuramente nel 2007.

“Ancora oggi – confessa – quando sento l’intero Stadio Olimpico cantare all’unisono questa canzone che ho visto nascere in casa mia, mi commuovo fino alle lacrime: mi perdoneranno i romanisti, perché la mia commozione è più da figlia che da tifosa. So quanto amore per Roma, e quanta dedizione vera per la Roma, misero tutti nel comporre questo inno e per me in quel ‘gialla come er Sole, rossa come er core mio’ c’è veramente tutto!”.


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